Jennifer Nedelsky: lavoro “part time” per tutti

“Tutti gli adulti dovrebbero fare un lavoro retribuito per un tempo da 12 a 30 ore in una settimana e al contempo 12-30 ore di lavori di cura non retribuiti”. È la “rivoluzione” – sintetizzabile nel motto “lavoro part time per tutti, attività di cura per tutti” – proposta dalla filosofa canadese Jennifer Nedelsky, invitata a Roma il 3 e 4 aprile dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali in preparazione alla prossima Settimana (Cagliari, 26-29 ottobre 2017), dedicata proprio al tema del lavoro. Dopo aver incontrato, il 3, i dottorandi della Lumsa, il giorno seguente la filosofa è stata protagonista di un incontro ospitato dalla Pontificia università San Tommaso d’Aquino (Angelicum).

Nedelsky è partita dall’analisi di “tre problemi cruciali della società occidentale”, ossia “la pressione insostenibile esercitata dal lavoro sulla famiglia”, “la disuguaglianza ancora presente tra uomo e donna e verso chi si occupa dei lavori di cura”, la lontananza dei “decisori politici” dal lavoro di cura. “Le regole che riguardano il lavoro e la cura – ha osservato – possono cambiare, e sono cambiate negli ultimi secoli. Si pensi alla giornata lavorativa, passata da 12 a 8 ore, come pure al fatto che, in passato, per i gentiluomini non lavorare rappresentava un segno di distinzione e non un fallimento. E anche l’accettazione sociale del lavoro femminile ha subito un deciso mutamento nel tempo”.

“Altri fronti sono invece aperti”, ha aggiunto la filosofa portando l’esempio – peraltro non ancora così comune – del congedo parentale usufruito dagli uomini: “Siamo passati da un momento in cui usufruirne metteva a rischio la carriera a uno in cui non usufruirne, all’opposto, provoca la disapprovazione dei colleghi”, ha sostenuto citando l’esempio di un docente svedese da lei interpellato. Il cambiamento nell’interpretazione del lavoro, ad avviso della docente, non deve passare da leggi ma “attraverso l’approvazione e la disapprovazione della società”, per giungere a una “trasformazione del modo in cui noi impieghiamo il tempo”.

I lavoratori precari, “che devono sommare due o tre lavori” per raggiungere uno stipendio, come pure quanti si trovano ai vertici e sono “costretti a lavorare 60-70 ore ogni settimana”, sono “costretti a scelte insopportabili tra il lavoro e la famiglia, con conseguenze intollerabili per la salute ed effetti negativi per i figli”. Ma, più in generale, “il lavoro retribuito non dovrebbe più definire la vita delle persone, essere una priorità rispetto alle attività di cura”, che vanno dalle attività domestiche – pulire un bagno come accudire un bambino – a quelle a favore della collettività, cioè riguardano tutto ciò che “promuove legami personali”.

“Per realizzare l’uguaglianza non ci può essere un unico gruppo di persone che si occupa delle attività di cura”, come pure “non è più accettabile – ha rimarcato – la distinzione secondo la quale tendiamo a pensare che altre persone considerate ‘inferiori’ facciano un determinato lavoro di cura, mentre a noi spettano occupazioni più ‘importanti’”. E anche la politica deve fare la sua parte. “Se chi è ai vertici ha una conoscenza limitata delle esigenze e dei problemi connessi alla cura, ignora un aspetto fondamentale della vita umana”, per cui “non dovremmo più eleggere politici che non abbiano avuto esperienza nell’attività di cura, così come non nomineremmo mai amministratore delegato di una società una persona che non ha mai lavorato”.

Certo, facendo così “ci sarebbe una riduzione del reddito che porterebbe a una riduzione dei consumi”, ma al tempo stesso si otterrebbe “un miglioramento della salute mentale e fisica delle persone”, mentre Nedelsky ha calcolato che il part time per tutti realizzerebbe “un aumento dei posti di lavoro del 30%”. Unico requisito: minor guadagno, ma sicuro. “Il sistema – ha concluso – non può funzionare senza la sicurezza economica, assolutamente necessaria perché solo in questa maniera le persone possono partecipare a questa trasformazione”.

L’appuntamento all’Angelicum è stato aperto dai saluti di padre Alejandro Crosthwaite (decano della Facoltà di scienze sociali, Pontificia università San Tommaso d’Aquino) e dell’arcivescovo di Taranto mons. Filippo Santoro (presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali) e introdotto dagli economisti Luigino Bruni (docente alla Lumsa) e suor Alessandra Smerilli (docente alla Pontificia facoltà di Scienze dell’educazione Auxilium). Dopo la relazione, hanno aperto il dibattito tra i presenti Gabriele Gabrielli, docente e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona (attiva nel campo della ricerca e formazione sui temi del lavoro, della diversità e dell’accoglienza), suor Helen Alford, vicedecano alla Facoltà di scienze sociali della Pontificia università San Tommaso D’Aquino, e Franco Miano, coordinatore di Retinopera, moderati dal direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio.

“Non c’interroghiamo più sul senso del lavoro perché intontiti dal ‘sistema profitto’ che mercifica tutto e ha preso il sopravvento”, ha affermato Gabrielli, lamentando l’assenza di una “politica visionaria”, in grado di “pensare al futuro”, mentre “la quarta rivoluzione industriale lascia già presagire effetti importanti sul fronte lavorativo”. Replicando alla relazione della filosofa canadese, ha quindi sottolineato come il lavoro sia “un bene, un diritto che appartiene all’uomo, ma solo quando è degno e decente”. La proposta di Jennifer Nedelsky, ha ribadito suor Helen Alford, chiede “un cambiamento radicale di mentalità”. Mentre Franco Miano, coordinatore di Retinopera, ha ripreso la teoria della filosofa nella convinzione che “la cultura della cura può portare alla trasformazione della realtà”, laddove “cura vuol dire quotidianità, ascolto, fedeltà, piccoli gesti” che non possono essere ritenuti di “serie B”. E “una nuova fioritura relazionale legata alla cura – ha concluso – può rimettere la persona al centro”.

di Francesco Rossi