“Smart working” e la rivoluzione del lavoro 4.0

Nel lavoro 4.0 “non sarà più il ‘cartellino’ a stabilire se si è lavorato o meno, perché orario, luogo e mansioni non sono più criteri di misurazione”. Lo osserva, sul fascicolo 4001 de “La Civiltà Cattolica”, padre Francesco Occhetta. Il gesuita, membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, parte dall’enunciazione delle quattro rivoluzioni industriali: nel 1794 con la nascita della macchina a vapore; nel 1870 – la seconda – con la produzione di massa e la fabbrica, esemplificata dagli stabilimenti Ford di Detroit; poi il 1940 con la nascita dell’informatica; infine il 2013, quando “prende avvio ufficialmente in Germania la quarta rivoluzione industriale, definita Industry 4.0, che riguarda gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, le biotecnologie e il digitale e le loro applicazioni nel mondo del lavoro”. “Applicazione concreta” di questa quarta rivoluzione industriale è il “lavoro agile” o “smart working”, che “si sta silenziosamente diffondendo”, osserva il gesuita.

“Nel nuovo scenario che si sta configurando non sarà così necessario recarsi in azienda, magari dopo viaggi faticosi, per elaborare documenti o rispondere alle e-mail, quando buona parte del lavoro si può fare a casa in orari che è possibile scegliere. (…) La disintermediazione muta sia gli spazi, grazie alle piattaforme virtuali che permettono di lavorare connessi, sia i empi di lavoro, che in futuro non saranno legati alla quantità di ore, ma alla qualità della produttività”. “Il lavoro agile – osserva Occhetta – non è semplicemente lavorare a casa, ma consiste nell’orientare la prestazione al risultato e non ‘al tempo’, garantire che il lavoratore cresca nella conoscenza, proteggere il professionista indipendente”. Si tratta di adottare “una filosofia manageriale” che “deve restituire al lavoratore autonomia, flessibilità e responsabilità sui risultati, mentre al datore di lavoro è richiesto di dare fiducia e ripensare le modalità del controllo”. Esemplificativa, al riguardo, “una recente sentenza del giudice del lavoro britannico, nell’ambito di una controversia sulla qualificazione degli autisti di Uber, quando ha ribadito che i nuovi lavoratori sono semplicemente workers e non necessariamente employees, cioè lavoratori dipendenti”.

Certo, “l’equilibrio uomo-macchina dell’industria 4.0 è delicato e rischioso”, tra il rischio di “rinunciare al contatto con l’altro” e la necessità di saper gestire la propria autonomia, anche con “un equilibrio umano e spirituale solido”.