Il pianeta che speriamo

Ambiente, lavoro, futuro

Seminario “Il senso del lavoro oggi. Famiglia, giovani, generazioni a confronto sul presente e sul futuro del lavoro” che, a cura di Retinopera, a
Roma,  13 maggio 2017, presso il Centro Congressi Rospigliosi (Via XXIV Maggio n. 43).
Leonardo Becchetti

Fare presto, fare bene. Next generation Eu: giorni decisivi

di Leonardo Becchetti, economista e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali 

Nei giorni scorsi dalle istituzioni comunitarie è arrivato all’Italia il richiamo a non ritardare l’invio del piano nazionale sul Next Generation Eu (Recovery Fund). Un richiamo che ci ha ricordato ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, della grande occasione che abbiamo e che non possiamo perdere.

Certo, anche noi italiani non siamo rimasti con le mani in mano. La raccolta di progetti s’è iniziata ad agosto. E in un primo momento si era anche pensato di rispondere a brevissimo termine, ma poi si è deciso di lasciare un tempo più ampio alla selezione dei progetti arrivati, per riflettere meglio sulla strategia complessiva. Oggi, però, siamo invitati a non esagerare nel temporeggiare.

Ci sono molte buone idee sul tappeto, troppe rispetto alle pur ingenti somme a disposizione. Ed è probabilmente difficile (e politicamente non pagante) fare la selezione e dire che in molti casi il progetto deve essere scartato o il budget previsto significativamente decurtato. Eppure l’ardua decisione va presa. E deve tener conto innanzitutto dei vincoli di azione posti dall’Unione Europea (che dovrà poi approvare le proposte), ma anche degli obiettivi che vogliamo darci in sede nazionale.

Sul primo punto la questione è molto chiara, anche se viene spesso messa in secondo piano nel nostro dibattito pubblico. È opportuno, invece, averla bene in mente per evitare spiacevoli sorprese in sede europea. Se le regole del Next Generation Eu prevedono che il 30 per cento dei progetti debba avere un esplicito focus sulla transizione ecologica e sulla digitalizzazione, tutti – lo ripetiamo: tutti – i progetti devono rispettare il principio del « do not substantial harm » ovvero del non fare passi indietro (e quindi quasi necessariamente in avanti visto che il ‘pareggio’ è caso raro) in sei dimensioni chiave della sostenibilità definite dall’Unione Europea: mitigazione del cambiamento climatico (in sostanza riduzione delle emissioni), adattamento al cambiamento climatico (ovvero resilienza a rischi climatici futuri), sostenibilità nell’uso della risorsa idrica, transizione verso l’economia circolare, prevenzione dell’inquinamento e tutela della biodiversità.

Per fare soltanto un esempio, e applicando alla lettera il principio, sono benvenuti progetti di potenziamento della rete ferroviaria e metropolitana mentre finiscono quasi sicuramente per violare quei criteri progetti di potenziamento del traffico automobilistico, almeno fino a quando le caratteristiche dell’attuale parco circolante rendono lo spostarsi in auto significativamente più inquinante della mobilità ferroviaria o metropolitana.

Muovendosi in questa cornice dovremmo poi, a mio avviso, nell’ottica del principio della generatività tipico dell’economia civile, dare priorità alle iniziative più ‘impattanti’ ovvero, come già annotato su queste colonne, a quelle ‘bocce’ in grado di colpire i cinque ‘birilli’ della creazione di valore economico, creazione di posti di lavoro, sostenibilità ambientale (i cui contenuti sono chiaramente illustrati dai vincoli dei criteri europei spiegati sopra), sostenibilità sanitaria e ricchezza di senso del vivere. Con uno slogan e per riassumere, abbiamo bisogno di progetti sostenibili, popolari e generativi.

Il Next Generation Eu avrà successo se creerà lavoro e valore economico sostenibile, coinvolgendo la maggior quota possibile di cittadini e imprese. L’idea di fare affidamento solo su pochi grandi progetti (o solo su alcune scommesse tecnologiche, magari azzardate, di poche imprese) invece non ha senso di per sé ed è anche contro il principio della diversificazione del rischio (che, come dicono gli anglosassoni consiste nel non mettere le uova tutte nello stesso cesto).

Molto meglio puntare (data una soglia minima dimensionale per la rilevanza del progetto) le proprie carte su diverse iniziative quando si verifichi che esse rispettino i criteri europei e gli obiettivi che ci diamo perché l’imprevedibilità dei tempi che viviamo e i limiti della nostra capacità di prevedere tutte le circostanze porteranno inevitabilmente al successo di alcuni più che di altri. Facciamo presto, e facciamo bene.

Pubblicato su Avvenire del 24 novembre 2020

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