Dalla sfida dei nuovi sovranismi alla crisi del progetto europeo: la prof.ssa Marialuisa Sergio indica nella «Camaldoli europea» una strada di cura, dialogo e responsabilità condivisa. L’Europa torna al centro delle tensioni geopolitiche e culturali globali. Le pressioni dell’invasione russa dell’Ucraina, la retorica sovranista diffusa anche negli Stati Uniti e i nuovi equilibri internazionali sembrano mettere in discussione la stessa idea di integrazione europea. Su questo sfondo si colloca il documento Una Camaldoli europea, che propone un rilancio della casa comune europea attraverso strumenti concreti e una visione ispirata ai valori della cura e della responsabilità. Ne parla la professoressa Marialuisa Sergio, tra le relatrici del convegno del 19 novembre all’Istituto Luigi Sturzo di Roma. Sergio definisce «molto attuale» questo percorso, soprattutto dopo la pubblicazione della Strategia nazionale di sicurezza degli Stati Uniti del novembre 2025. Un testo che, osserva, «non ha nulla né di strategico né di operativo in termini militari o diplomatici o internazionali». A suo giudizio si tratta invece «di un’ideologia autocelebrativa di un impero che tenta di ribadire la sua supremazia ruotando tutto il proprio approccio ai grandi problemi internazionali intorno al concetto di sovranità». Una sovranità interpretata come chiusura: «È la chiusura di un impero in declino», osserva, «che riflette peraltro l’ideologia della Russia di Putin». Per spiegare l’attualità del sovranismo, Sergio richiama la celebre intervista di Putin al Financial Times del 2019: «Putin dice: la società liberal democratica ha fallito, l’Europa ha fallito perché alimentano il mito di una società aperta, interculturale, dell’accoglienza, quando l’unico valore assoluto è quello della sovranità e della sicurezza». È una “società chiusa, autodifensiva”, senza dialogo e senza attenzione per l’altro.
La Camaldoli europea, afferma, propone invece la direzione opposta: «Ci indica l’obiettivo di un’Europa che è una comunità di cura», fondata su «responsabilità, solidarietà, fraternità», su «regole giuste, fiducia reciproca, difesa del valore della vita». Nel documento, nota, «ci sono pagine interessantissime sulle politiche della vita, su come combattere la denatalità con un nuovo patto sociale» centrato su famiglia, salute, abitare e relazioni sociali.
È una risposta culturale e politica ai sovranismi, che Sergio definisce «il colpo di coda di due ex imperi, quello americano e quello russo», incapaci di proporre una visione all’altezza della contemporaneità. Ricorda anche le parole di Donald Tusk a Putin: «Tu dici che la democrazia e l’Europa sono anacronistici? Io ti rispondo che ciò che è anacronistico è quello che tu rappresenti». Accanto alla dimensione geopolitica, emerge nel dibattito il rapporto tra fede e politica. Oggi, osserva la professoressa, di questa relazione «si parla in un modo tossico attraverso schemi integralistici e fondamentalistici». Sergio cita l’insegnamento di De Gasperi e del vescovo Celestino Endrici, che già nel 1913 metteva in guardia contro «quei cervelli confusi che mescolano religione e politica con un clericalismo rovinoso». Servono invece credenti capaci di mediare tra magistero e complessità sociale, evitando derive identitarie. L’esempio dei giovani intellettuali del 1943 che scrissero il Codice di Camaldoli è per lei un faro nella notte europea: «Questi ragazzi ci hanno creduto», ricorda. «Hanno creduto che un piccolo gruppo potesse consegnare alla storia un grande documento percorrendo la stessa strada». In un tempo segnato dalla guerra mondiale, immaginarono «disarmo, cooperazione internazionale, dialogo, solidarietà». Dimostrarono che «si può fare». Per la professoressa, servono luoghi reali di incontro: «Troviamoci, parliamoci». Non è la mancanza di strumenti giuridici o economici la difficoltà principale: «Il problema è trovare la mentalità giusta per rendere questi strumenti operativi». E questa mentalità nasce dal dialogo, dalla fiducia e da una scelta precisa: «Facciamo a gara a stimarci a vicenda», dice citando le parole di mons. Feroci. «Chiunque ha qualcosa da insegnarci. Ascoltiamo l’altro prima di offrire soluzioni preconfezionate».
Andrea Canton

