In un contesto internazionale segnato da “incertezze” e da “timori per la pace”, il tema dell’Europa torna con forza al centro del dibattito pubblico e politico. Non solo come spazio economico o istituzionale, ma come progetto storico e culturale che chiede di essere ripensato nelle sue fondamenta. È su questo crinale che si colloca la riflessione di Lorenzo Franchini, professore di diritto romano e fondamenti del diritto europeo all’Università Europea di Roma, intervenuto sul senso e sull’attualità del “Codice per una nuova Europa”, nel solco dell’esperienza di Camaldoli.
“Si tratta di un documento della massima importanza, un codice per una nuova Camaldoli”, afferma Franchini, richiamando il valore che ebbe il primo Codice di Camaldoli: “ispirò la nostra stessa carta costituzionale con riferimento alla sua anima, diciamo, più personalistica, di ispirazione più cristiana”. Una “operazione di lievito” che oggi viene riproposta in ambito europeo, a partire dalla consapevolezza che l’Europa “deve acquisire una sempre maggiore conscientia sui, consapevolezza della propria unità e della propria identità”.
Secondo Franchini, l’Europa contemporanea è sotto pressione: “oggi è attaccata da più parti”, sia da potenze tradizionalmente ostili sia da potenze che “storicamente ci erano sempre state amiche”, ma che oggi “sembrano non sopportare più, diciamo, questo ruolo che abbiamo a lungo avuto di loro interlocutori privilegiati”. In questo scenario, l’Unione rischia di restare prigioniera di una visione riduttiva: “l’Europa per diventare, in senso buono, potenza, cosa della quale ci accorgiamo non poter fare a meno, non può continuare a fondarsi su dei non-valori, cioè sulla disidentificazione da qualunque tipo di valore identitario”.
Da qui il nodo delle radici. “Il contributo dei cattolici e in generale dei cristiani europei. Il più prezioso contributo non può che consistere in questo, cioè nell’aiutare a riscoprire le radici comuni”. Non per costruire chiusure: “non naturalmente in un clima di esclusivismo e di discriminazione nei confronti di chi cristiano non è”. Per Franchini l’identità europea è, prima di tutto, un fatto storico-culturale: “l’Europa non è il prodotto della geografia […] è il prodotto della storia e della cultura. L’Europa e la sua irrinunciabile identità sono il prodotto di un’esperienza storica che è innanzitutto di tipo spirituale, di tipo culturale”.
Il problema, osserva, è la deriva economicistica delle origini dell’integrazione: “l’Europa moderna, l’Unione Europea, nasce da una missione che, al contrario di quello che volevano i suoi grandi fondatori, da De Gasperi ad Adenauer, è almeno inizialmente pressoché soltanto economica”. Ma “far derivare altro dall’economia è un’illusione di tipo paramarxista”, perché “l’approccio materialistico poi non produce afflati di tipo patriottico, di tipo identitario che invece sono indispensabili per la sopravvivenza dell’Europa”. E l’identità, precisa, non coincide con il nazionalismo: parla di “un patriottismo valoriale europeo”, “certo contrapposto ai rigurgiti identitari di tipo nazionalistico”, e insieme del fatto che l’identità europea “deve tuttavia fondarsi anche sul rispetto delle identità territoriali”.
In questo quadro si colloca anche la crescita dei sovranismi: “certi revanscismi di tipo identitario sono nocivi per la missione europea”, ma “sono purtroppo comprensibili se l’immagine che l’Europa continua a fornire di sé è un’immagine di tipo materialistico, economicistico, burocratico”. Franchini insiste: “l’uomo ha bisogno di spiritualità valoriale, ha bisogno anche, lo dicevo, di afflati patriottici”. E se l’Europa appare “robotica e sorda”, diventa “abbastanza comprensibile che tutto questo, sia pur in modo improprio, lo si ricerchi in contesti segnati da (eccessivo) revanscismo di tipo localistico o nazionalistico”. La risposta, allora, non è rinunciare all’identità, ma ritrovarla nella sua forma migliore: “Il modo migliore per combattere questo tipo di degenerazioni identitarie è quello di tornare a dotare l’Europa di un’identità che non sia solo di tipo burocratico ed economico”.
Da qui il richiamo al principio di sussidiarietà e alla “dialettica tra universale e particolare”, con uno sguardo anche alle comunità locali: “ci sono quelle nazionali, ma ci sono anche quelle locali”. Un equilibrio che, per Franchini, è vicino alle radici cristiane dell’Europa e può offrire un criterio politico oltre l’emergenza. Perché, conclude, nel “contesto geopolitico internazionale” le cose “si stanno mettendo così male” che “o l’Europa davvero si dà ha una sua identità positiva, necessariamente attingendo anche alle sue radici, o altrimenti sarà sempre più disprezzata al suo interno e al suo esterno”.
Andrea Canton

