“Le relazioni non sono in nessun modo uno spazio vuoto, un passaggio tra una cosa e un’altra, tra un soggetto e un altro. Il nostro pensiero dice qualcosa di diverso: dice che le relazioni sono un fondamento e una connessione di valore che, come tale, anche in politica può e deve essere qualificata e organizzata”. Con questa premessa Daniela Ropelato, docente di Scienza politica all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, ha tenuto la seconda relazione del 4° Seminario nazionale dei referenti diocesani della Formazione all’Impegno Sociale e Politico (FISP), tenutosi a Roma sul tema “Il dialogo che fa crescere” per iniziativa dell’Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro. Citando Stefano Zamagni, Ropelato ha ricordato che “il quadro della democrazia deliberativa è in realtà l’unica novità vera sul piano della teoria della democrazia”. Una novità che si colloca in un contesto critico: secondo i dati 2025 del report V-Dem dell’Università di Göteborg, oltre sei miliardi di persone vivono oggi in regimi non democratici, e l’indicatore della libertà di espressione peggiora in 44 paesi a fronte degli 11 nei quali mostra progressi. La diagnosi è netta: “Siamo passati dalla regola del principio di maggioranza al potere, o addirittura alla dittatura del principio di maggioranza”. Anche la democrazia partecipativa, ha avvertito, “oggi tante volte è ridotta a una collezione di monologhi”, perché le voci dissenzienti vengono raccolte quando le scelte sono già state fatte.
La chiave sta in una parola che la lingua italiana fraintende. “In italiano, la deliberazione, che cos’è? È la decisione. Per gli inglesi no: deliberation non significa decidere, significa quello che sta in mezzo, il modo in cui si arriva alla decisione. È l’esercizio effettivo dell’interazione dialogica e dell’argomentazione”. Citando Bernard Manin, la docente ha ricordato che “la sola possibile fonte della legittimazione democratica non è il voto, è la deliberation”.
Centrale, nella relazione, una citazione di Luigi Bobbio: “Le opinioni non sono dati di fatto che precedono il processo decisionale e di cui si deve prendere atto. Sono i prodotti del processo stesso: emergono, si trasformano e si perfezionano mediante l’acquisizione di informazioni e l’analisi degli argomenti e dei contro-argomenti”. I limiti dei processi deliberativi non vanno nascosti — chi occupa le arene è spesso chi dispone di maggiori risorse, l’intelligenza artificiale introduce leve di potere ancora poco studiate, il ruolo dei facilitatori richiede competenze professionali serie — ma “costruire un processo in cui ci sia spazio per la discussione, per il dialogo, per il confronto, ha in ogni caso un valore altissimo”.
Il punto di arrivo è la fraternità come principio politico, che implica il coinvolgimento di tutti nel processo deliberativo: “Non si tratta di estendere il tavolo della decisione aggiungendo qualche sedia. (…) Dobbiamo costruire intorno ai processi decisionali le condizioni perché quei tutti siano proprio quelli delle periferie”. Il pluralismo, ha ribadito, “non è una scelta relativistica. (…) È un dato sociale strutturale”. Tre le conclusioni proposte: “La democrazia ha bisogno di dialogo non solo come tecnica, ma come esigenza fondativa. La fraternità è l’ancoraggio. (…) Far calare ostinatamente, caparbiamente, il dialogo nella costruzione democratica quotidiana”.
Nel dibattito, ricco di sollecitazioni — dalla sinodalità ai luoghi istituzionali della deliberazione, dal coinvolgimento giovanile al rapporto tra democrazia, competenze e intelligenza artificiale — la relatrice ha riconosciuto in particolare la lezione che la pratica sinodale offre alla democrazia deliberativa: “La sinodalità ci spiega il ritorno, ci spiega la restituzione, ci spiega il fatto che tutto va restituito”.
Andrea Canton

