Tre France per un’unica Europa. È la chiave con cui l’ambasciatore Pasquale Ferrara legge il viaggio di Papa Leone XIV Oltralpe: Parigi, la Francia delle istituzioni e della cultura; Lourdes, cuore della devozione cattolica; Metz, la città di Robert Schuman e dell’Europa nata dalla pace dopo la guerra. “Un piccolo caleidoscopio di quello che dovrebbe essere una prospettiva europea”, spiega Ferrara ai microfoni delle Settimane Sociali. Ci sono un’Europa politica, un’Europa della spiritualità e un’Europa della cultura, con il passaggio all’UNESCO a ricordare che il futuro si costruisce sull’ascolto e sull’incontro tra le civiltà. Anche le radici cristiane, sottolinea, vanno intese nel modo giusto: “basate sulla reciprocità, sull’accoglienza, sull’apertura”, e non su un’identità brandita come un’arma di esclusione. Sullo sfondo restano i conflitti ai margini del continente. C’è l’Ucraina, “pienamente parte della storia europea”. E soprattutto c’è l’area mediterranea e mediorientale, dove l’Europa finora “non è stata in grado di giocare un ruolo decisivo”.
All’Assemblea generale dell’ONU il multilateralismo viene celebrato da alcuni e demolito da altri, e Ferrara invita ad andare più a fondo. Il rischio non è solo il declino di un metodo, ma un vero e proprio regresso. Si passa dalla “società internazionale”, fatta di Stati capaci di condividere regole, procedure e politiche, al vecchio “sistema internazionale”, dove contano quasi solo i rapporti di forza, militari ma anche economici. È una deriva “abbastanza evidente”, e più pericolosa di quanto sembri per la coesistenza pacifica.
Sulle notizie di possibili sabotaggi russi anche nell’Europa mediterranea, l’invito è a mantenere “un po’ più di sangue freddo”. L’Europa, osserva, sembra vivere in una sorta di stato d’assedio percepito. Lo alimenta un’insicurezza generalizzata: le conseguenze dell’attacco statunitense all’Iran, la chiusura dello stretto di Hormuz, i prezzi dell’energia. La risposta, però, non può essere un semplice riarmo, per di più nazionale. Serve piuttosto “un’unione della difesa”, fatta di istituzioni comuni, integrazione politica e regole decisionali condivise. È qui che Ferrara rilegge la “pace disarmante” di cui parla Leone XIV: le istituzioni comuni tra gli Stati sono una “forma di disarmo politico”. L’Europa nasce come grande progetto di pace, e oggi quel progetto va portato “a un livello di maggiore maturazione”, senza ingenuità. L’immagine dell’Unione come “dinosauro erbivoro in un mondo di carnivori” è una caricatura, ma il mondo è cambiato. E il motto oggi in voga, la pace attraverso la forza, per l’ambasciatore è “sciagurato”: “una contraddizione in termini”. La fiducia però resta: come in altri passaggi critici, l’Europa “riuscirà a trovare il bandolo della matassa”.
Infine Metz e la figura del venerabile Schuman. Secondo Ferrara, i padri fondatori incarnano una sorta di “versione politica della santità”. Hanno avuto il coraggio di lanciare una visione che, all’indomani di una guerra devastante, sembrava improbabile. Per questo la Chiesa insiste tanto sull’Europa. “Non basta dire le radici cristiane dell’Europa – conclude –. Le radici sono sotto l’albero, ma quello che conta sono i frutti”: solidarietà, condivisione, accoglienza, capacità di costruire la pace, rifuggendo ogni tentazione egemonica e militarista.

