“Un’esperienza straordinaria anche per il contesto storico, quindi difficilmente ripetibile, e proprio per questo il prodotto di questo dialogo va trattato con molta cura”. Con queste parole Agostino Giovagnoli, storico e docente emerito dell’Università Cattolica di Milano, ha aperto il 4° Seminario nazionale dei referenti diocesani della Formazione all’Impegno Sociale e Politico (FISP), promosso il 26 giugno scorso dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI sul tema “Il dialogo che fa crescere”. L’incontro FISP riunisce ogni anno i responsabili che nelle diocesi italiane curano i percorsi di formazione dei laici all’azione civile e politica. Per Giovagnoli la Costituzione resta “un testo di grande valore, di grande ispirazione, direi una guida, una bussola anche oggi”.
Lo storico è partito dal discorso pronunciato il giorno prima dal presidente Mattarella per gli ottant’anni dell’inaugurazione dei lavori dell’Assemblea Costituente, soffermandosi sulle tre figure citate dal Capo dello Stato — un comunista, un azionista, un democristiano — a riprova di una convergenza autentica. In particolare quella di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea, che definì la Costituzione “un solenne patto di amicizia e di fraternità di tutto il popolo italiano”. “Queste sono parole cristiane — ha osservato il relatore — che riflettono, nella bocca di un comunista, quella che era stata la convergenza in Assemblea Costituente, che poi sostanzialmente è stata una convergenza sui valori cristiani di fondo”.
Il cuore della relazione ha riguardato lo snodo della prima sottocommissione, quella sui principi fondamentali. Giorgio La Pira propose una lettura che ancorava i diritti al riconoscimento della persona umana come precedente allo Stato, suscitando però la reazione contraria di chi non accettava un riferimento esplicito a Dio. La proposta stava per essere bocciata. “E qui viene la cosa interessante. Dossetti si mise in mezzo. Fermi tutti!”. Il futuro fondatore della scuola di Bologna aprì il dialogo con Togliatti, traducendo in termini laici le intuizioni di La Pira. “Mettere insieme La Pira e Togliatti era un po’ come mettere insieme il diavolo e l’acqua santa”, ha ricordato Giovagnoli. “Ecco, Dossetti ci riuscì”.
Decisivo anche il ruolo del giovane Aldo Moro nel dibattito sull’antifascismo. Per Moro, ha spiegato il relatore, “l’antifascismo non va considerato come una posizione di parte, ma come una posizione che unisce le parti”. Da qui la formula moriana ripresa più volte nel corso dell’intervento: “La Costituzione è la casa comune degli italiani”.
Giovagnoli ha sottolineato anche il vantaggio dei piccoli gruppi: “I costituenti avevano il vantaggio che la mattina litigavano perché avevano opinioni politiche diverse, e il pomeriggio si riunivano in piccoli gruppi, come appunto queste commissioni, senza la stampa e tutto quanto. Oggi una cosa così non si potrebbe fare”. Un metodo oggi messo in crisi dalla velocità mediatica e dalla logica del tweet che — ha osservato rispondendo a una domanda dal pubblico — “fa saltare tutto”.
Nelle risposte Agostino Giovagnoli ha toccato anche la parola “nazione”, sulla quale ha espresso forte diffidenza: “La storia gli ha segnato questo significato, dal nazionalismo; e poi il fascismo era una forma di nazionalismo. (…) Io starei molto attento a usare questo termine”. E ha indicato la via per uscire dall’uso strumentale dell’antifascismo: “L’antifascismo è di tutti. E anche oggi l’operazione da fare è questa”. Infine, un’apertura di speranza: “Ci rendiamo conto che questa legge del più forte è antitetica ai valori cristiani. (…) La democrazia non è solo un gioco procedurale — importantissimo, per carità — ma ci deve essere anche un senso di comunità, sennò non funziona”.
Andrea Canton

