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Morandini: “Non basta parlare di peccato ecologico”

Morandini: “Non basta parlare di peccato ecologico”

Il 2 settembre la Commissione Teologica Internazionale ha pubblicato il documento “Prendersi cura della nostra Casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario”. I media hanno rilanciato soprattutto la formula del “peccato ecologico”. Ma il cuore del testo sta altrove, spiega Simone Morandini, teologo e docente, che abbiamo intervistato.
Prima di tutto il genere letterario: non un documento del magistero, ma il lavoro autorevole di teologi e teologhe di diverse parti del mondo, riuniti in una “realtà di nomina pontificia”. Il suo scopo è offrire “una fondazione teologica, un background teologico” a quell’impegno per la cura della casa comune che sta “progressivamente, faticosamente” diventando un elemento qualificante della pratica di tanti credenti. Perciò, avverte Morandini, “se qualcuno cercasse indicazioni per le buone pratiche o per le politiche ambientali, resterebbe abbastanza deluso”. E il peccato? Il documento considera insufficiente il termine “ecocidio” e parziale anche l’espressione “peccato ecologico”: preferisce parlare di peccato contro il creato e contro il Creatore, in analogia con le nozioni consolidate di peccato sociale e strutture di peccato. Intaccare la biodiversità e la rete di relazioni che rende abitabile la Terra “non è soltanto un ecocidio, non è soltanto un peccato ecologico, ma è qualcosa che contravviene direttamente la volontà del Creatore”.
La parte più robusta, per Morandini, è però il primo capitolo: l’impronta trinitaria della creazione, letta attraverso i Dottori della Chiesa. Accanto ad Agostino e Tommaso spicca Ildegarda di Bingen, “una pensatrice sostanziosa, attenta anche a una dimensione emotiva, comunicativa, una donna, oltretutto”. Ne emerge l’intuizione già cara a Laudato si’: “non possiamo pensare al mondo che abitiamo come a un insieme di oggetti tra loro sconnessi, ma piuttosto come una rete di relazioni”, espressione “di un Dio che è lui stesso relazione”.
Su questa base il testo respinge due estremi: l’antropocentrismo predatorio e il biocentrismo indifferenziato. L’essere umano ha un ruolo singolare: pensarlo “come se fosse semplicemente un vivente accanto ad altri” significa “privarsi della possibilità di fondare correttamente un’etica della responsabilità”. Nell’Antropocene la nostra specie è “uno dei principali driver delle dinamiche ecologiche e persino geologiche del pianeta”: proprio per questo “questo potere va usato in modo saggio e con rettitudine”.

Da qui l’agenda sociale, che attinge alla Dottrina sociale della Chiesa: destinazione universale dei beni, opzione preferenziale per i poveri, ascolto del grido della terra e dei poveri. “La cura della casa comune non può essere pensata in isolamento dalle questioni della giustizia”, sottolinea Morandini, richiamando l’eco-giustizia discussa alle COP e i risarcimenti chiesti in questi giorni dal Nepal dopo il disastro legato allo scioglimento di un ghiacciaio. Tornano poi ascesi, digiuno e sobrietà, specie nei Paesi ricchi, mentre la guerra è denunciata come degrado ambientale perseguito intenzionalmente come arma.
Infine la speranza, che non è ottimismo superficiale. Contro l’eco-ansia e contro il negazionismo, il contributo delle religioni è quello di “disegnare un diverso rapporto col tempo”, radicato nell’eterno: un tempo che consente di costruire “politiche attente alle generazioni future”. “Abituiamoci a stare anche nei tempi difficili”, conclude Morandini, “sapendo che c’è una promessa di Dio che ci sostiene: non ci garantisce un futuro facile, ma ci garantisce la possibilità di abitarlo in modo creativo e salvifico”.

Andrea Canton