“Se uno mi chiedesse in tre o quattro parole che cos’è la politica partecipativa risponderei: è cedere potere ai cittadini. Finito”. Con questa formula Marco Tamburro, consigliere comunale a Grottammare (AP), ha aperto il proprio intervento al 4° Seminario nazionale dei referenti diocesani della Formazione all’Impegno Sociale e Politico (FISP), promosso a Roma il 26 giugno scorso dall’Ufficio nazionale CEI per i problemi sociali e il lavoro sul tema “Il dialogo che fa crescere”. A Grottammare — ha ricordato — “il movimento politico più longevo in Italia” amministra da 35 anni con un unico vero strumento: “l’ascolto”.
Prima di entrare nel merito, Tamburro ha richiamato un’esperienza personale a Sant’Agapito, in Molise, dove a tredici anni — insieme ad altri ragazzi — chiese al sindaco in consiglio comunale di poter restituire alla comunità un campetto abbandonato e occupato dai tossicodipendenti. “Quel campo, che era un campo abbandonato è diventato un centro culturale e sportivo con 120 soci. La cultura, la società si sono sviluppati su quel posto”. Una storia per dire: “Si può fare”. Il bilancio partecipativo di Grottammare esiste dal 1994. Il Comune è suddiviso in cinque quartieri, ciascuno con un presidente — “non una carica politica” — che raccoglie segnalazioni e proposte; in base alla disponibilità si individuano le priorità di spesa. “Mediamente due cose per ogni quartiere vengono realizzate”. Cuore del metodo sono le assemblee civiche: “Arrivare a una riunione con un’idea e uscire con un progetto magari completamente opposto a quello che si era pensato in origine”.
L’impianto si regge sull’inversione di una logica diffusa: “Bisogna interrompere il concetto, che si è esteso ovunque, del cliente e fornitore: “Io ti voto, tu mi fai”. Non esiste. Il Comune non è un regolatore di servizi, e il cittadino non ha il potere della penna perché mette il suo voto: non finisce lì la nostra responsabilità”. E ancora, sul tema delle competenze tornato spesso nel seminario: “Le competenze sono fondamentali di tutti: dall’ultimo cittadino della periferia agli eruditi, ai cattedratici, tutti devono far parte di una discussione”.
Il secondo strumento sono i patti di collaborazione, regolamentati a Grottammare da un anno in collaborazione con Labsus. “Sono una svolta politica”, ha osservato Tamburro. Permettono al singolo cittadino o all’associazione, dopo l’iscrizione a un albo dei volontari e con copertura assicurativa, di prendersi cura di beni materiali e immateriali. Uno dei primi patti grottammaresi è stato il censimento dei beni comuni: spiagge libere e accessibili, spazi per disabili, spiagge per cani.
Tamburro ha menzionato altri tasselli del modello: un dipendente comunale dedicato esclusivamente alla partecipazione, il Consiglio comunale dei ragazzi attivo da 30 anni, il bilancio partecipativo scolastico avviato quest’anno in un istituto cittadino “senza dare un euro”, la scelta del logo “Grottammare partecipativa” affidata a 345 bambini delle scuole elementari.
A chi nel dibattito ha richiamato la fatica di costruire una cultura della partecipazione, Tamburro ha risposto con un’immagine: “Se tu vuoi cambiare il mondo, rifatti il letto la mattina”. E ha chiuso così: “Il politico, per me, è quello che riesce a dare strumenti affinché la cittadinanza si senta viva e capisca come meglio scegliere. Più strumenti hai, meglio scegli”.
Andrea Canton

