Non è stato solo un evento quello di Trieste. Per molti giovani under 35, la 50ª Settimana Sociale è stata una scintilla che ha lasciato aperta una domanda fondamentale: e adesso? Come si porta quella voglia di esserci nella vita di tutti i giorni, quando i riflettori si spengono? È per rispondere a questo bisogno che nasce l’appuntamento dell’11 e 12 aprile a Roma. Non si tratta semplicemente di un seminario: “Un cuore disarmato per la democrazia” vuole essere un laboratorio di speranza, un momento per fermarsi e guardarsi negli occhi, dedicato proprio a chi quel cammino lo ha iniziato a Trieste. Il punto di partenza è un sentimento che conosciamo tutti, spesso soffocante. Apriamo i social, leggiamo le notizie e il mondo sembra crollarci addosso: guerre lontane, crisi globali, ingiustizie enormi. Giovanni Grandi, del Comitato scientifico delle Settimane Sociali, fotografa questa condizione con grande lucidità: “La globalizzazione ci mette in contatto con molte situazioni problematiche rispetto a cui, come cittadini, non abbiamo possibilità dirette di intervento”. Il rischio? Chiudersi nel guscio. “Tutto questo induce un senso di impotenza”, ammette Grandi. Ci sentiamo irrilevanti, e la tentazione è quella di lasciar perdere. Ma è proprio qui, nel cuore di questo smarrimento, che la proposta di Roma vuole piantare un seme nuovo. L’obiettivo non è risolvere i massimi sistemi, ma cambiare lo sguardo: smettere di fissare ciò che non possiamo controllare per riscoprire ciò che è realmente nelle nostre mani. “È importante imparare a riconoscere il potere di cui effettivamente disponiamo, come singoli e come comunità – sottolinea ancora Grandi – e come impiegarlo per la giustizia e la pace nelle realtà in cui siamo immersi”.
Non sarà, dunque, un convegno di parole astratte. Presso la Casa Juan de Ávila, si lavorerà sulla concretezza. Il programma prevede due giorni intensi ma distesi: si parte venerdì 11 aprile alle 15, non con lezioni frontali, ma con laboratori sulla “preparazione personale” e sul leggere gli eventi da cristiani. Si cercheranno insieme “gli spazi possibili del bene”, per capire dove e come il nostro agire può fare la differenza. Sabato mattina si riprenderà il filo con un lavoro di gruppo dedicato agli “esercizi di potere nel quotidiano”, per poi condividere quanto emerso e chiudere con la Messa delle 12. Andare a Roma significherà provare a trasformare quell’impotenza in partecipazione attiva. Significherà scoprire che la democrazia non è solo un rito istituzionale, ma una pratica di cura che ha bisogno di cuori disarmati, ma coraggiosi. Un appuntamento per chi non si accontenta di guardare il mondo passare, ma vuole, nel suo piccolo, iniziare a cambiarlo.
Andrea Canton
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