Al cuore della Democrazia

Settimane Sociali

Roma, 26 aprile 2022.
1° Seminario nazionale dei referenti diocesani delle scuole di formazione per l’impegno sociale e politico.
Mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania e presidente della Commissione Episcopale per
i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.

Verso la 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia

Pubblichiamo la relazione di Mons. Luigi Renna, Arcivescovo di Catania e Presidente del Comitato scientifico delle Settimane sociali, alla Consulta nazionale dell’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro della CEI. 

All’indomani del suo insediamento, nel gennaio 2021, il Comitato scientifico delle Settimane sociali, raccogliendo la ricca esperienza della Settimana di Taranto con il suo “mandato” di sostenere la transizione ecologica, si è interrogato a lungo su quale potesse essere il tema di maggiore attualità affinché i cattolici in Italia possano continuare ad essere presenti nella società civile dando il loro contributo di pensiero e di azione. Dopo lunga consultazione, aperta anche a voci esterne allo stesso Comitato, ci siamo resi conto che oggi il tema della partecipazione alla vita del Paese, dell’Europa, del mondo, ci chiede di riappropriarci degli strumenti e di una visione di democrazia. Stupisce constatare che il promotore delle Settimane sociali, Giuseppe Toniolo, riconosceva proprio in questo impegno cattolico per la democrazia una delle finalità della cultura politica che si voleva diffondere, e con il linguaggio proprio del suo tempo, affermava: “La democrazia nel suo concetto essenziale può definirsi: “quell’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori”[1].

Torniamo a parlare di democrazia, e sentiamo che è un sogno che tanti uomini e donne hanno ancora, nonostante tutto. Non ne godono, ma la sognano. Sono soprattutto coloro che stanno fuggendo dalle violenze e dalle bombe; coloro che stanno scappando da territori devastati dalle dittature; forse anche i nostri giovani che non si sentono coinvolti nell’edificazione del Paese nella forma più concreta, che è il lavoro. Sogna la democrazia anche colui che non vota da anni, perché, forse anche a causa di una legge elettorale a cui occorre mettere mano, ha smarrito la fiducia in forme e persone con cui sentirsi parte di un progetto comune. Anche noi sogniamo e diciamo che “prima di essere una forma di governo la democrazia è la forma di un desiderio veramente umano: quello di vivere insieme volentieri e non perché costretti, sperimentando la comunità come il luogo della libertà, in cui tutti sono rispettai, tutti sono custoditi, tutti sono protagonisti, tutti sono impegnati in favore degli altri. “Fratelli tutti”, diremmo oggi con Papa Francesco.”[2]

  • Nel solco di una tradizione, ma anche oltre

La partecipazione dei cattolici alla vita del Paese non nasce oggi, e siamo convinti che, nonostante tanti profeti di sventura, non finirà neppure in una società nella quale l’appartenenza alla Chiesa cattolica va diminuendo. Quei cattolici che avevano contribuito a scrivere la Costituzione 75 anni fa, anzi a sognarla nei loro incontri di Camaldoli, scelsero una forma di presenza che poi ha avuto sviluppi ed esiti così descritti nel Documento preparatorio: “Dopo decenni alla guida del Paese, le degenerazioni della partitocrazia e i cambiamenti del contesto internazionale, finirono per creare una nuova drammatica cesura, rendendo ormai superate le condizioni per una rappresentanza unitaria dei cattolici in politica. È in questo contesto che, dopo un ventennio di interruzione, le Settima sociali ripresero il loro cammino, alimentando la riflessione sui grandi cambiamenti d’Europa (1991) e della società, della famiglia e del lavoro, sulle nuove frontiere della democrazia”.[3]. Una Settimana sociale sulla partecipazione e sulla democrazia, fa sì che come cattolici che vivono in Italia, ci sentiamo corresponsabili per ricreare la cultura della vita democratica sia nelle sue procedure che nella visione a cui essa si ispira, che considera la persona come un tutto in un tutto, come ascolteremo in una citazione di Maritain. Siamo corresponsabili con i fratelli e le sorelle con cui condividiamo la stessa fede e celebriamo la stessa Eucarestia, ma anche con gli uomini e le donne di buona volontà ai quali, nei momenti cruciali della storia, i papi hanno indirizzato le loro encicliche: 60 anni fa Giovanni XXIII e circa un mese fa papa Francesco. Siamo consapevoli che di democrazia e di impegno per la loro inclusione hanno bisogno anche i nostri fratelli e sorelle che non sono nati in Italia ma vivono qui, e vorrebbero entrare nei “circuiti” della partecipazione, con diritti e doveri: per questo è la Settimana dei cattolici in Italia e non semplicemente degli italiani.
C’è una ispirazione alla partecipazione alla vita sociale che viene da lontano, ed attinge le sue radici nel nostro modo di essere comunità: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuor solo ed un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era in comune”. (At 4,32) E’ una icona biblica che costituisce per noi cristiani un sogno sempre in divenire nelle varie epoche della storia, consapevoli che è un processo che porta all’ unità dei diversi e che costituisce lievito e sale del mondo. La nostra è la comunità nata dalla Pasqua di Cristo, che ha trovato nell’Eucarestia la fonte della propria identità, per cui: “Credere nel Cristo presente nell’Eucarestia e amare il prossimo in ogni uomo, è un’identica operazione”. [4] Di qui un modo di abitare il nostro tempo e le sue trasformazioni sociali: scegliere democraticamente di vivere il potere, dare un nuovo nome alla presenza dei cattolici in Italia, abitare i “crocevia” dello spazio e del tempo, perché “prima ancora di essere una forma di governo, la democrazia è la forma di un desiderio profondamente umano”. Ma quanto questo desiderio abita il cuore della gente? Quanto ha la possibilità di esprimersi?
Celebriamo la Settimana a Trieste, crocevia di popoli, terra segnata dalla proclamazione delle leggi razziali, dalla presenza del lager di San Sabba, dalle foibe, dalle deportazioni, dalla testimonianza di uomini e donne di lingue diverse, che hanno imparato a convivere grazie alla democrazia.

A Trieste ci saranno i delegati delle Chiese che sono in Italia, come anche coloro che vorranno prendere parte ai dibattiti che si terranno nei pomeriggi nelle Piazze tematiche o partecipare agli eventi serali. Ci saranno le relazioni di esperti, ma molto confronto nei tavoli di partecipazione, che hanno il sapore della sinodalità; ci sarà la possibilità di visitare stand che espongono e presentano le buone pratiche. 

Celebrare la Settimana, sì, ma perché cominciare a parlarne adesso in ogni Diocesi? Perché essa è un processo, non un evento; è un processo che ha un prima e un dopo; è un mezzo per la crescita della presenza dei cattolici nel Paese intesa come corresponsabilità nella costruzione del bene comune. Tante volte ci chiediamo quali siano i luoghi in cui i cattolici che sono in Italia e che hanno visioni diverse in politica possono dialogare. Ecco, la Settimana sociale è uno di questi luoghi, anzi quello privilegiato. L’orizzonte della partecipazione è importante: occorre avere un fondamento e avere anche una prospettiva, in vista di una missione di rigenerazione che è anche il sogno di una democrazia compiuta. Sarà possibile partecipare a Trieste come delegati, come vescovi che si mettono accanto ai delegati, soprattutto più giovani, perché scoprano la loro vocazione all’impegno sociale e politico; ma sarà possibile anche iscriversi liberamente e partecipare alle Piazze tematiche su tanti temi della vita sociale e politica; è possibile, e lo si sta già facendo, candidare le buone pratiche che sono il fermento e la presenza già in atto, che ha bisogno di essere conosciuta, di dialogare con gli altri.

  • La caduta del desiderio di partecipazione: le sfide del nostro tempo e i populismi

Il populismo nasce dalla caduta del desiderio di essere popolo. Papa Francesco, nella Fratelli tutti ci mette in guardia dal modo in cui consideriamo la categoria di popolo, che in fondo è come guardiamo al “noi comunitario”, in una visione d’insieme della società e del nostro stile di partecipazione. Che cosa è infatti lo stile, se non il modo in cui noi ci poniamo nel mondo e nella sua storia? Il Documento preparatorio afferma: “La partecipazione rivela la maggioranza la giovinezza della democrazia, la condivisione dei valori, la stessa identità di una comunità(…) La partecipazione è il motore che tiene in movimento le società, che formula le domande e suscita le risposte organizzate, che produce nuovo pensiero e nuove visioni del mondo”[5].La crisi del nostro tempo ha molte componenti: sociale, climatica, geopolitica e si manifesta con i conflitti armati che si stanno non solo prolungando in Europa, ma in una terra di confine, nella quale da anni si cercano soluzioni democratiche e di convivenza pacifica senza esiti. Il Documento elenca dei “vuoti” che ritornano nelle narrazioni sociali del nostro tempo: senza cittadini, senza abitanti, senza fedeli, senza lavoratori[6]. A queste si aggiunge “senza” pace e processi di pacificazione che si intravedono all’orizzonte immediato.  Vogliamo porre l’accento sul pericolo che sta correndo il senso della partecipazione, che è l’anima della democrazia e dal quale dipende la nostra visione del mondo, il nostro “potere” che è servizio. Il papa ci mette in guardia dalle derive che possono venire dalla cancellazione dell’esperienza di essere popolo, che equivale alla rinuncia alla democrazia[7]. Nella Fratelli tutti afferma che la categoria di popolo non è mistica (cioè considera tutto ciò che il popolo fa un bene e crede che si può fare di tutto in nome del popolo), ma mitica: “…per i populisti, le élite politiche pensanti sono sempre e comunque corrotte: soltanto nel popolo risiedono la virtù e la purezza”[8]. La categoria di mito richiama una narrazione, un modello che si può spiegare fino ad un certo punto solo con categorie logiche, perché “è frutto di un processo lento, difficile, verso un progetto comune”[9].
Ma come discernere la democrazia dalla demagogia, il modo di vivere partecipando, da quello di chi ha delegato al prendere parte alla costruzione della società? Padre Occhetta, nel tentativo ben riuscito di descrivere il populismo, ne individua dieci caratteristiche. Credo che due di esse siano davvero rivelative di come ci deprivano del sogno della democrazia, quasi narcotizzandoci. Esse riguardano il rapporto diritti- democrazia, e quello tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Nella relazione tra diritti e democrazia, il sogno dei populisti appare quello di costruire un sistema di diritti senza democrazia e una democrazia senza diritti. I diritti e la forma democratica sono pensati da uno solo o da una oligarchia, nella quale non si ammette una pluralità di vedute, ma si rimanda la legittimazione della propria visione ad una fantomatica “volontà generale” che sarebbe autentica espressione del popolo, e ci si contrappone al pensiero della classe dirigente, almeno fin quando il populista stesso non raggiunge lo status di amministratore; in quel caso si tende a contestare gli altri poteri con cui è chiamato a confrontarsi. Di qui la scarsa tolleranza diritto di stampa, la contestazione delle scelte della magistratura, i parlamentari svuotati dal dibattito democratico, il cambio repentino di posizione.
L’altra questione è la preferenza del populismo per la democrazia diretta rispetto a quella rappresentativa, esaltandola per la sua efficienza, per la velocizzazione delle procedure di governo. La storia insegna che la democrazia diretta va integrata con quella rappresentativa: i cittadini eleggono dei rappresentanti che danno vita alle istituzioni del Parlamento, del Governo, del Presidente della Repubblica, dei Consigli regionali. Altri strumenti di democrazia diretta sono quelli che si esercitano attraverso la petizione, l’iniziativa legislativa, i referendum abrogativi, quelli confermativi. Le forme di democrazia diretta mettono davanti ad un secco sì o no per la soluzione di questioni, e inoltre sono più facilmente influenzabili dalla presenza di lobby, gruppi di interessi e di pressione che sollecitano e spingono una proposta per i propri interessi particolari. Nella rappresentanza parlamentare, che non dovrebbe mai perdere di vista la base che l’ha votata, parla l’eletto per esprimere il suo punto di vista, per dare il suo contributo ad un testo legislativo, confrontandosi e documentandosi, presentando degli emendamenti e cercando il bene possibile.
La “caduta del desiderio” di democrazia che avanza con il populismo, non si manifesta quindi semplicemente nell’astensionismo elettorale, ma entra anche nel modo di concepire la democrazia, le sue procedure, la sua visione. Anche l’idea di sovranità popolare può essere equivoca quando è il vestito del populismo; afferma infatti Jacques Maritain: “ Questa definizione è equivoca, perché in realtà non vi è sovrano né padrone assoluto in una democrazia. Meglio sarebbe dire che la democrazia è quel regime in cui il popolo è pervenuto alla sua maggiore età sociale e politica, e ne esercita il diritto di dirigersi da se stesso, od anche che essa è “il governo del popolo da parte del popolo e per il popolo”[10].

  • Ritornare al gusto della partecipazione con una nuova narrazione sociale

Ma come vuol stare il credente e l’uomo di buona volontà nella società, nello Stato, nel mondo? Anche qui ci viene in aiuto il filosofo Maritain quando afferma: “Se la persona domanda di “fare parte” della società, o di “essere membro” della società, non significa che essa chieda di essere nella società come una parte e di essere trattata come una parte, essa domanda al contrario- è un desiderio della persona in quanto persona- di essere trattata nella società come un tutto”.[11] Noi crediamo che questo modo di stare, di partecipare, di sentirsi o di anelare a sentirsi un tutto di questo tutto, abbia bisogno di riscoprire il valore di una nuova cittadinanza dall’abbecedario della Fratelli tutti, con le parole che questa enciclica ci riconsegna: fraternità, ospitalità, amicizia sociale, pace, tenerezza, dialogo, cultura. Le parole non disincarnate, ma nelle grandi questioni civili:

  • Il potere ossia la responsabilità civile e politica

Dall’approccio che abbiamo al tema del potere dipende la partecipazione e la democrazia. E’ quello che nel DP è definito con tre verbi: potere essere, poter-fare, poter-cambiare. Solo così il potere esce da quell’ambiguità che può essere quella che va dal crepuscolo al buio totale, secondo l’analisi di Ritter ne “Il volto demoniaco del potere”. Ciò che mette in luce l’autentico potere della persona e del cittadino è la responsabilità, che lo fa sentire custode del fratello, della società, del creato. Nella FT ci viene consegnata l’immagine più vera del potere, che è quella del samaritano, che si contrappone al potere dei briganti, che utilizzano la violenza per “meschini interessi di potere” (Cf FT 72); che è totalmente diverso dall’atteggiamento di chi si rassegna alle espressioni “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?”, con le quali si alimenta il disincanto e la mancanza di speranza, e “non incoraggiano uno spirito di solidarietà e di generosità” (cf FT 75). Il papa ci ricorda: “Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo …” (FT 77). C’è un modello nel nostro essere responsabili nella vita civile, quello del samaritano che è mosso da un desiderio che gli nasce “dentro”, nel momento in cui la sua compassione gli fa desiderare che chi gli sta davanti si veda restituita la sua dignità, che tutti i viandanti possano viaggiare sicuri nel cammino della vita e che, se qualcosa loro accade, c’è chi li soccorre. Vivere la partecipazione assume oggi il volto e lo stile della fraternità, che include le dimensioni mitica ed istituzionale di popolo, e come afferma Ricoeur citato in FT 164: “… non c’è di fatto vita privata se non è protetta da un ordine pubblico; un caldo focolare domestico non ha intimità se non sta sotto la tutela della legalità, di uno stato di tranquillità fondato sulla legge e sulla forza e con la condizione di un minimo di benessere assicurato dalla divisione del lavoro, dagli scambi commerciali, dalla giustizia sociale e dalla cittadinanza politica”(FT 164). Il poter essere fratello nella città, che diventa il poter far sì che le istituzioni assicurino il bene comune, il poter trasformare ciò che contraddice la dignità umana. Queste esperienze ci sono già nella nostra società, e perché altre ne emergano, è necessario conoscere e promuovere buone pratiche.

  • L’educazione come esperienza creativa che coinvolge i linguaggi del pensare, del cuore, delle mani

L’educazione alla partecipazione risulta molto spesso uno dei compiti più disattesi del percorso formativo scolastico di base. Si tratta di recuperare una disciplina ma anche di saperla insegnare e di mettere in luce come essa può far sì che ci si senta corresponsabili e veramente partecipi alla costruzione della città fin da giovani. In molti Paesi il voto ai più giovani è un modo per coinvolgerli e far sì che si innamorino della partecipazione democratica: possiamo dire che il pensare, amare, trasformare, diventa scelta di chi può cambiare un mondo che vive crisi che possono compromettere il suo futuro. Sono i giovani, con la loro capacità di coinvolgere mente, cuore e mani, che possono dare una svolta alla crisi climatica, perché ricettivi di quanto papa Francesco ci ha ricordato nella Laudate Deum, cioè convinti che l’essere umano “dev’essere considerato come parte della natura. La vita, l’intelligenza e la libertà dell’uomo sono inserite nella natura che arricchisce il nostro pianeta e fanno parte delle sue forze interne e del suo equilibrio” (LD, 26). Ci sono tante esperienze formative in Italia, nelle quali si fa esperienza di discernimento, di riflessione a partire dal Vangelo e dalla Dottrina sociale della Chiesa, immaginando un futuro diverso nei territori e contribuendo a trasformarli, anche sulla scia della economy of Francesco. Metterli in luce e conoscerli, sarà un’occasione di crescita per tutti.

  • Attivare la dimensione civile dell’amore

L’anima di questo impegno è l’amore civile, quello che papa Francesco in FT ci ha indicato come la via per la “migliore politica”. Il prossimo da amare ci si fa incontro nella società, per cui amarlo è di più che volergli bene sul piano interindividuale: amarlo significherà far sì che la società, lo stato, le organizzazioni internazionali, siano organizzate in modo che il prossimo non abbia più a mancare di ciò che è essenziale per la sua dignità. Già Pio XI alla FUCI, nel 1927, aveva detto che “Il campo della politica è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro, all’infuori della religione, essere superiore”.  È l’amore, continua papa Francesco in FT, che si manifesta nelle “macro relazioni: rapporti sociali, economici, politici”[12], e si nutre di quella verità che “protegge la carità da una falsa fede che resta priva di respiro umano ed universale”[13]. Oggi le relazioni chiedono questo respiro ampio, date le sfide di carattere internazionale e la portata delle crisi citate nel Documento preparatorio, ossia quelle di carattere sociale, climatico, migratorio. I “seminatori di cambiamento” hanno già dato vita a tanta progettualità che purtroppo viene dimenticata, e i processi di cambiamento crediamo che siano già in atto: hanno tuttavia hanno bisogno di essere messi in luce, di “fare rete”, di muoversi costruendo una progettualità più incisiva. Per questo sono importanti i dialoghi nelle Piazze tematiche, come anche la conoscenza delle buone pratiche sociali. E Trieste ce ne darà l’opportunità. Sono esse già pratiche di democrazia.

  • Tornare alla parola e all’ascolto (cioè al dialogo)

Il filosofo Romano Guardini, descrivendo un periodo di transizione che portò dalla tirannia alla democrazia in Atene, dice come essa si affermò: “ Tutto ciò si operò non a scuola o fra i libri, ma per mezzo di un ininterrotto dialogo con gli altri, in casa, nelle strade, nei ginnasi; con giovani e con anziani, con semplici e con raffinati, guidato alla volontà incrollabile di non consentire mai che penetrassero nel discorso soluzioni apparenti, idee superficiali o false”.[14] Crediamo in questo ininterrotto dialogo, e per comprenderlo e attuarlo, vogliamo rifarci ancora a quanto ci dice papa Francesco in Fratelli tutti sul dialogo sociale. Ci dice anzitutto che non è uno scambio di opinioni, che rischiano di divenire monologhi quando avvengono solo sui social. Il dialogo sociale parte dal presupposto di rispettare il punto di vista dell’altro C’è una finalità del dialogo? Certo, ed è la ricerca di una verità e di fondamenti solidi che stanno alla base delle opzioni morali e delle leggi. Non si esclude a priori che non ci siano delle verità fondamentali alla base del nostro vivere democratico, delle nostre scelte politiche ed economiche, ma le si intravede nella dignità della persona. La democrazia non è semplicemente la raccolta di consensi, né un percorso procedurale senza un’anima, ma ha un’etica, che consiste, nello stato moderno, “nel riconoscimento incondizionato del prossimo come persona e quindi un ethos della collaborazione personale anche in ambito politico-sociale”[15]. La Settimana sociale di Trieste e il percorso che la preparare vuole dialogare sulle questioni sociali e politiche che oggi chiedono urgenti soluzioni, senza dare nulla di scontato e accettando anche qui nuove sfide che riguardano ad esempio il modo in cui la democrazia deve organizzarsi per non perdere la sua identità; la modalità con cui affronta le riforme istituzionali; i punti fermi di politiche di inclusione a fronte della crescente immigrazione; le strategie per uno sviluppo globale e per la pace.

  • Riabitare i luoghi, tutti i luoghi

Ci sono luoghi che si stanno impoverendo di presenze, e sono le aree interne del nostro Paese, con la ricchezza delle loro culture, con il desiderio di rigenerare i territori, ma non sempre fornite di quelle risorse lavorative ed economiche che permettono di realizzare progettualità. Quando questi luoghi sono abitati dall’immaginazione e dalla creatività, riescono a salvaguardare pezzi di Paese e di cultura profondamente umana. Alcuni luoghi sono di difficile “abitazione”. Sono le periferie delle metropoli, costruite da progetti edilizi ed economici eh hanno spesso ghettizzato parte della popolazione e diviso il volto delle città. Abitare questi luoghi con creatività significa dare dignità a persone che chiedono semplicemente di essere riconosciute e accompagnate, soprattutto se più giovani. Infine ci sono i luoghi istituzionali, spesso abitati non democraticamente, abbandonati da chi dovrebbe assicurare costantemente vigilanza, ritenuti addirittura luoghi da cui stare lontani. La carità riunisce le dimensioni mitica e istituzionale, afferma papa Francesco, perché esige di incorporare tutto: le istituzioni, il diritto, la tecnica, gli apporti istituzionali, l’analisi scientifica, i procedimenti amministrativi”[16]. Sono tutti luoghi da abitare responsabilmente, sapendo che dal modo con cui si sta in essi dipende la crescita democratica di un Paese.

  • Per immaginare un futuro diverso (non progettare), ma immaginare in cui elemento mistico ed istituzionale siano insieme.

Immaginare che si possa vivere diversamente può sembrare l’eco di una frase sessantottina: “l’immaginazione al potere”. In verità qui l’immaginazione ha uno spessore molto più ampio, perché è orientata alla responsabilità: si tratta di immaginare un mondo in cui ci sia fraternità, in cui la casa comune sia abitata responsabilmente da tutti e anche dalle generazioni future, che ci sia spazio per uno sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Si tratta di immaginare una profezia che realizzi una società fraterna e della pacifica convivenza, che sappia sognare, come dice papa Francesco nel consegnarci la FT: “di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole”[17]. Questo sogno appartiene in modo particolare ai nostri giovani, che vogliamo incontrare in una feconda alleanza intergenerazionale, affinché la loro creatività contagi il mondo.

La Settimana continuerà, e sarà un sogno condivisibile da celebrare in ogni diocesi: sarà possibile celebrare, se non ci sono già, delle giornate sociali della partecipazione e della democrazia?

 

[1] G. TONIOLO, Il concetto cristiano di democrazia, 1897, cit. in D. SORRENTINO, L’economista di Dio. Giuseppe Toniolo, Roma2012, 258.
[2] COMITATO SCIENTIFICO DELLE SETTIMANE SOCIALI, Dal cuore della democrazia, Documento preparatorio, p. 12.
[3]Ivi, n.7.
[4] M. BELLET, La voie, Paris, 178.
[5]COMITATO SCIENTIFICO, 13.
[6]Ivi, 16.
[7]Fratelli tutti, 157.
[8] F. OCCHETTA, Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi, San Paolo, Roma 2019, 49.
[9]Fratelli tutti, 158.
[10] J. MARITAIN, Cristianesimo e democrazia, Passigli, Bagno a Ripoli 2007, 53.
[11] IDEM, La persona e il bene comune, 36.
[12] Fratelli tutti, 181.
[13] Ivi, 184.
[14] R. GUARDINI, Pluralità e decisione, in Id., Opera Omnia,VI: Scritti politici, Morcelliana, Brescia 2005, 581.
[15] E. W. BOCKENFORDE, Cristianesimo, libertà, democrazia, Morcelliana, Brescia 2007, 197.
[16] Cf Fratelli tutti, 164.
[17] Ivi, 6.